EMILIO GHIONE

Regista, attore e produttore cinematografico, nato a Fiesole nel 1879, morto a Roma l’8 gennaio 1930.

Pittore miniaturista, nel 1909 entrò nel cinema come comparsa all’Aquila di Torino e poi interpretò, con la Bertini e Collo, i suoi primi tre film (1912: Idillio tragico, Lagrime e sorrisi, Il Pappagallo della zia Berta). Nel 1913 recitò nel L’Anima del demimonde (1913) dove, per la prima volta in chiave drammatica, interpretò il personaggio di un “apache”. Nello stesso anno, accanto a Francesca Bertini, fu Pochinet nell’Histoire d’un Pierrot di Negroni. Il film, tra i più curiosi tentativi dell’epoca della cinematografia italiana, confermò le sue singolari virtù. Nel 1914, passato alla Caesar con funzioni di attore e regista, Ghione creò in Nelly le Gigolette, ovvero La Danzatrice della Taverna Nera, il personaggio di Za la Mort (espressione del gergo della malavita che equivale a “Viva la Morte”).

“In Francia trionfava Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo – spiega Ghione stesso – ebbene, io fui un apache sentimentale, di nobili sensi. Vivevo nella violenza, ma odiavo la bruttura, amavo i fiori e i poveri. Sapevo intenerirmi a tempo e luogo. L’apache romantico, in una parola”.

INTERPRETAZIONI CINEMATOGRAFIA

Il personaggio di Za la Mort divenne oggetto di un serial da lui diretto, che gli valse una popolarità travolgente e guadagni ingentissimi. Nel 1920 fondò la Ghione Film, per la quale, nel giro di quell’anno, produsse, scrisse, diresse e interpretò una serie di pellicole piuttosto abborracciate che segnarono l’inizio della sua parabola discendente. Dopo un’ultima interpretazione cinematografica (Gli Ultimi giorni di Pompei di Palermi e Gallone), formò con altri la Compagnia delle Maschere e del Colore, composta da ex attori dello schermo: l’esito dell’iniziativa fu meno che

mediocre. Dopo essersi ridotto a fare la comparsa, riapparve sulle scene con una propria compagnia d’avanspettacolo nel 1929. Emigrò a Parigi, dove cadde gravemente malato. Privo di mezzi, fu rimpatriato a spese di Lina Cavalieri e ricoverato al Sanatorio S. Luigi di Torino e poi al Sanatorio Cesare Battisti di Roma, dove, assistito dalla fedele Kally Sambucini, spirò. Postumo uscì il volume L’Ombra di Za la Mort (Firenze 1933).